Archivio di novembre 2009

I nuovi eroi del nostro tempo e i “polifiosi”

lunedì, 30 novembre 2009

Su wikipedia possiamo leggere questa definizione della parola “eroe”: <<L’eroe, nell’era moderna, è il protagonista di uno straordinario e generoso atto di coraggio, che comporti o possa comportare il consapevole sacrificio di sé stesso, allo scopo di proteggere il bene altrui o comune>>.

Ci si aspetta quindi che questo “titolo” venga dato a personaggi che si distinguono per il loro operato a favore della società. Invece no. Il titolo ai giorni nostri non spetta a loro ma ad altri individui. Uomini che poco hanno a che fare con il “coraggio” e il “bene comune”. Uomini che si sono “distinti”  perché mafiosi e pluriomicidi.

Dell’Ultri ha definito il mafioso Mangano un eroe, nel video che segue possiamo sentirlo.

Come cambiano i valori e le società nel giro di pochi anni, pensare che quando ero piccolo (una decina di anni fa) i mafiosi erano considerati il male peggiore di questo Paese. Ora no, adesso sono eroi.

Non per tutti però. Per me restano il peggio del peggio, insieme agli individui che si muovono abilmente tra politica e mafia. Individui che alcune volte si fondono con quest’ultima in una simbiosi “politico-mafiosa”.

Sono i polifiosi.

Salvatore Andrea Laconi



Dove danzano le anime

domenica, 29 novembre 2009

Mi guardo intorno e vedo una moltitudine di visi, di colori.
Sento un’incredibile quantità di voci, di suoni.
Sotto la mia finestra parlan lingue che non conosco,
che cerco di capire ma non capisco, non posso.
Ma le adoro. Sono il segno del tempo.
Della vastità di culture il suono, il nuovo frammento.

Suoni, colori, visi e voci.
Veli, canzoni, danze  e croci,
tutto può stare insieme.
Tutto può esser condiviso e germoglio di un nuovo seme.
Mille lingue, mille bandiere.

Bandiere… Questo simbolo che bene non mi riesce di comprendere,
che vuol dire? Cosa sta a difendere?
Un confine irreale, immaginario,
in un mondo sconfinato, un universo vario.

Però ascolto, ammiro. Vado verso un altro luogo,
dove tutto è uguale:
stessa lingua, stesso scorrer del canto lineare.

Sembra lontano, non posso toccarlo.
Posso guardarlo e soltanto intuirlo.
E’ una scatola che necessita sempre del suo filo.
Una cupola di gomitoli dove domina il padrino.

E’ l’irreale guida di tutte le scelte.
Quello che appare non si sfiora al danzar delle marionette.

E’ il nuovo dio al quale ti devi piegare,
la nuova preghiera da udire, la nuova religione.

Mentre la mente è piegata a se stessa senza ragione,
possiamo vedere in diretta l’inizio della nostra fine.

Televisione.

Salvatore Andrea Laconi

Pasolini sapeva…

sabato, 28 novembre 2009

Articolo di Pasolini del Corriere della Sera, 14 novembre 1974 – vedi.

Cos’è questo golpe? Io so

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ‘68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ‘68 non è poi così difficile.
Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

Pier Paolo Pasolini

L’inutilità della guerra

venerdì, 27 novembre 2009

Li vedi muoversi ballando sul buio dei loro generali,
guidati dall’illusione di una falsa speranza e di finti ideali.
Li unisce e divide un’uniforme,
dotata di lacrime in fiamme e di bombe.

Perché combattono? Dove corrono? Da chi fuggono? Loro non lo sanno. Vedono cadere se stessi avvolti in quello scolorito panno.
Il panno della bandiera, del confine,
della differenza tra vivere e morire,
ciò che distingue cos’è bene dal male.

Però gli occhi dei morti che cadono
sono gli stessi di quelli che in bilico restano,
tra tristezza e compassione,
dove non esiste il sentimento della ragione.
Resta la voglia di correre e fuggire….
ma tutto è statico, è fermo nell’orrore.

Alla fine cosa resta se non cadaveri di macerie
dove non puoi ricostruire, non puoi ricominciare.

Morte, miseria, morte disperazione.
Fabbriche di giocattoli che sparano con le mani del potere.
Macchinine di latta che danno adito a nuove marionette nere,
a nuove bambole, a nuovi ideali,
retrocedono le anime con i loro pensieri.

A cosa serve sparare per uccidere un uomo?
Rispondimi soldato illuso, rispondimi soldato solo.
A cosa serve distruggere ancora?
A che serve lasciare vuoto nella memoria
un nuovo morto,
un nuovo volto?

Non ci sono risposte se non una soltanto:
a niente serve uccidere, distruggere e aver pianto.

Salvatore Andrea Laconi

Il Paese monocolore

mercoledì, 25 novembre 2009

Lo sguardo è fisso sul punto più vuoto del quadro mediale,
il dito punta contro il diverso, contro chi continua a migrare.

Fuori tutto è grigio, il verde è riservato alla camicia
o al fazzoletto nel taschino.
Bianco è il natale là in provincia
per chi non ama lo straniero.

Ma è dagli anni venti che sempre di moda è il nero.
Colori più sfumati e danzanti, tra i funerali delle crepe sul muro.
Dirigono governanti, poltiglia a strisce e berretti di contadini.
Strisciano fedeli volti, vele, velini, avvocati: i vari facchini.
Le vespe volan la notte sui bianchi divani,
ospiti fissi e fessi ascoltano ignari.

Maiali pascolano sulle sacre chiese,
macchine blu, fuoco, trans e neve.
Stallieri guidano cavalli impazziti e bombe leggere.
Fuoriesce dalla scatola la puzza delle macerie.

Non esiste logica, non c’è pensiero, non resta ragione.
La lacrima non si vede nel mondo digitale.
Non bagna le nostre parole, non disseta la sete di sapere.

Privata è infine la pioggia del nostro abbeverare,
privato il sole, l’aria pulita e l’istruzione.
E’ privata la mente nel lago del fratello maggiore.

Tutto libera la forza delle mie parole…
il mio mondo non è monocolore.

Salvatore Andrea Laconi